Il rapporto prezzo/utili (Price/Earnings, P/E) è uno degli indicatori di valutazione più utilizzati in borsa. Semplice da calcolare e immediato da interpretare, viene spesso trattato come una bussola capace di indicare quando comprare o vendere azioni.
Tuttavia, l’evidenza storica e statistica mostra che il potere previsionale del P/E è estremamente limitato, soprattutto quando viene usato per anticipare l’andamento dei mercati azionari nel loro complesso.
Cos’è il rapporto P/E e perché è così popolare
Il P/E misura quante volte il mercato sta pagando gli utili di una società o di un indice:
P/E = Prezzo dell’azione / Utile per azione
Un P/E basso viene comunemente interpretato come segnale di sottovalutazione, mentre un P/E elevato viene associato a sopravvalutazione e a rendimenti futuri più deboli.
Questa logica, apparentemente intuitiva, alimenta la narrativa del “comprare basso e vendere alto” applicata ai multipli di mercato.
Ma il problema nasce proprio qui: l’intuizione non coincide con la realtà dei dati.
Il mito del P/E come strumento di market timing
Molti investitori attribuiscono al P/E un valore quasi profetico. Se i multipli sono alti, il mercato “deve” scendere; se sono bassi, “deve” salire.
La storia dei mercati dimostra che questa relazione è, nella migliore delle ipotesi, debole.
Analizzando il legame statistico tra P/E iniziale e rendimenti futuri, emerge un dato chiave:
👉 la correlazione è prossima allo zero.
Il caso dell’azionario italiano
Prendendo come riferimento l’indice MSCI Italy dal 2000 in poi:
- R² a 1 anno: 0,03
- R² a 3 anni: 0,01
- R² a 5 anni: 0,01
In termini pratici, questo significa che solo l’1–3% dei rendimenti futuri può essere spiegato dal livello iniziale del P/E.
Il restante 97–99% dipende da altri fattori: crescita degli utili, ciclo economico, politica monetaria, shock esogeni, sentiment degli investitori.
P/E e mercati globali: risultati simili
Il quadro non cambia allargando l’orizzonte. Per l’MSCI World, dal 1970:
- R² a 1 anno: 0,02
- R² a 3 anni: 0,01
- R² a 5 anni: 0,05
Anche nel miglior caso, il 95% dei rendimenti a cinque anni non è spiegato dalle valutazioni iniziali.
Difficile definire il P/E uno strumento affidabile di previsione.
Perché il P/E fallisce come indicatore predittivo
Le ragioni sono strutturali:
1. Le valutazioni sono già scontate dal mercato
Il livello dei multipli è noto a tutti. Se il P/E è alto o basso, il mercato lo sa già e lo incorpora nei prezzi.
2. Il P/E guarda al passato, il mercato al futuro
Gli utili utilizzati nel calcolo del P/E sono storici o, nel migliore dei casi, stimati.
Le azioni invece anticipano cicli economici e cambiamenti strutturali.
Un esempio emblematico è il 2009:
- Utili depressi dalla crisi finanziaria
- P/E dell’MSCI World vicino a 30, apparentemente elevato
- Uno dei migliori punti di ingresso della storia recente
Quando i P/E elevati hanno preceduto grandi rialzi
È vero che P/E elevati talvolta precedono rendimenti deludenti, come nel gennaio 2000 (P/E ~36 e rendimenti negativi nei cinque anni successivi).
Ma è altrettanto vero che esistono numerosi esempi opposti:
- 2015
- 2021
- Intero periodo 2009–2025
In questo arco temporale:
- Azioni globali: +685%
- Azioni USA: +1.047%
Il tutto con P/E strutturalmente elevati per gran parte del periodo.
P/E e selezione titoli: dove può avere senso
Il limite del P/E emerge soprattutto a livello macro e di mercato.
Diverso è il discorso per la stock selection, dove i multipli possono:
- Aiutare a confrontare aziende simili
- Supportare strategie value
- Evidenziare eccessi o anomalie relative
Non a caso, strumenti come il Price-to-Sales Ratio (PSR) nascono proprio per migliorare l’analisi fondamentale, non per prevedere i mercati.
Conclusioni: perché temere P/E elevati è spesso un errore
I timori legati a valutazioni elevate sono in larga parte infondati.
Storicamente, queste paure:
- Abbassano le aspettative
- Creano scetticismo diffuso
- Preparano il terreno a fasi rialziste più lunghe e solide
Il P/E non è inutile, ma è pericoloso se usato come oracolo.
Per l’investitore esperto, il vero vantaggio competitivo non sta nel prevedere i mercati con i multipli, ma nel comprendere i fattori che guidano utili, crescita e sentiment nel lungo periodo.
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