
Spesso mi capita di leggere sui giornali, anche quelli specializzati, degli articoli fuorvianti che generano il mito delle azioni con alti dividendi. Questi articoli si ripropongono ora con più insistenza visto che, a causa della caduta delle quotazioni, il rapporto “dividendo – prezzo delle azioni” ha raggiunto valori molto alti, in particolare per titolo molto diffusi anche tra i piccoli risparmiatori come Enel, Eni o Terna.
Perché un dividendo alto non significa buon investimento?
L’errore che compiono i giornali è di far credere che un dividendo equivalga ad una cedola obbligazionaria. Mentre la cedola rappresenta il tasso di interesse pagato dall’obbligazione, il dividendo no.
E’ quindi completamente errato dire che a questi prezzi Enel distribuisce un dividendo dell’8%. Chi investe in azioni deve sapere che il dividendo staccato va a decurtare il prezzo dell’azione. Se si acquista un’azione a 10 e il giorno successivo questa stacca un dividendo di 1, il suo valore scenderà a 9 (poi chiaramente gli scambi di Borsa potranno determinare un valore diverso, ma se per assurdo non ci fossero scambi, il valore sarebbe appunto 9 euro). Lo sa bene chi costruisce grafici storici per l’analisi tecnica perché deve adeguare i prezzi per evitare di far sembrare ci sia stata una caduta repentina del titolo (in alcuni grafici che non correggono i prezzi storici si può in effetti vedere questo effetto).
Quando investire in azioni con alto dividendo?
Il dividendo in sé quindi non è un indicatore per un buon investimento. Nel selezionare le azioni che hanno un buon rapporto dividendo – prezzo, l’investitore deve valutare:
- crescita futura dell’azienda. Occorre esaminare la strategia della società e il suo posizionamento nel settore di appartenenza: se è leader e mantiene un vantaggio competitivo, potrà con maggiore probabilità mantenere alti tassi di crescita;
- situazione finanziaria. Bisogna analizzare due variabile, i flussi di cassa (liquidità) e il grado di indebitamento. Il primo valore deve essere alto, bisogna poi far attenzione a come viene impiegato: investito nel business, utilizzato per ridurre i debiti o addirittura per pagare i dividendi? L’indebitamento chiaramente deve essere basso, ma è soprattutto importante capire se a fronte di un euro di debito la società è in grado di ottenere un buon ritorno economico.
- politica dei dividendi. Valutare l’andamento passato dei dividendi e il tasso di crescita che dimostra se una società è in grado di crescere con costanza.
Un elevato rapporto dividendo – prezzo azione quindi da solo dice poco sulla qualità di una società. E’ anche vero che storicamente la distribuzione di bassi dividendi è correlata a una bassa crescita dei ricavi.
I dividendi delle azioni italiane sono giustificati?
Una volta precisato che il dividendo da solo non è un fattore determinante (ma è comunque importante) e quali altri elementi verificare, vediamo come è la situazione in Italia.
Negli ultimi anni diverse società quotate alla Borsa di Milano hanno distribuito dividendi generosi. Ora che le quotazioni sono scese, il rapporto tra dividendi e valori azionari della Borsa Italiana è diventato il migliore a livello mondiale.
I rapporti nella tabella precedente (prima colonna) sono indicativi in quanto non si conosce ancora l’effettivo dividendo 2011, inoltre è ovvio che i valori delle azioni potranno variare. E però evidente come siano estremamente alti e generosi. In molti si sono chiesti se sia corretto che in questa situazione economica le società italiane distribuiscano tutti questi capitali invece di investirli.
Si possono dare due chiavi di lettura.
- Le società ritengono di non poter effettuare investimenti remunerativi, perciò preferiscono distribuire gli utili agli azionisti. In questo caso la scelta fatta sarebbe opportuna anche se lascia intravedere il dubbio che in futuro l’azienda non sia più in grado di crescere a certi ritmi.
- Il management tiene in considerazione il valore segnaletico dei dividendi nei confronti del mercato. In questo caso la distribuzione degli utili ha più una valenza politica e finanziaria, serve appunto a tranquillizzare gli investitori sulla bontà del titolo. La distribuzione del dividendo però potrebbe andare contro l’interesse di lungo termine della società in quanto quei capitali possono servire per nuovi investimenti o per ridurre un indebitamento elevato.
I casi Enel, Eni e Terna
Come si nota nell’immagine precedente, tra le società più generose rientrano Enel, Eni, Terna, Snam e Finmeccanica. La politica distributiva seguita da queste aziende spesso è stata rivolta ad accontentare l’azionista di maggioranza, lo Stato, sempre bisognoso di capitali. Non è detto che questa sia stata la soluzione migliore e soprattutto lo sia oggi. Diverse di queste società sono fortemente indebitate. In generale però si tratta di aziende solide, leader nei loro settori e con buone possibilità di crescita. Eni e Enel in particolare possono permettersi interessanti politiche di dividendi, un po’ meno invece Finmeccanica che però in una situazione di crisi potrebbe correttamente preferire distribuire gli utili piuttosto che reinvestirli in settori in momentaneo declino.
E’ comunque auspicabile una riduzione dei dividendi come già annunciato da Terna e Enel (per far fronte alla cosiddetta Robin Tax). Alla lunga infatti una politica troppo generosa potrebbe drenare risorse utili per gli investimenti necessari sia per le aziende sia per il paese.
Non è solo una questione di interesse generale. La vera domanda che dovrebbe farsi il piccolo risparmiatore è infatti: la distribuzione degli utili fa l’interesse dell’investitore? La risposta è no, e ne spiegherò meglio il senso in un prossimo articolo.
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