L’Italia si trova tristemente agli ultimi posti nelle classifiche di alfabetizzazione finanziaria. In questo contesto di scarsa consapevolezza, fioriscono prodotti complessi che le banche propongono con entusiasmo: i certificati di investimento. Solo nel secondo trimestre del 2025, gli italiani hanno investito oltre 9 miliardi di euro in questi strumenti, portando il totale annuo stimato tra i 30 e i 40 miliardi.
Ma cosa stiamo comprando davvero? Nell’ultimo episodio del podcast The Bull, viene fatta luce su un mondo fatto di opzioni esotiche, costi occulti e bias psicologici.
Cos’è un Certificato? L’Ingegneria dietro il Prodotto
A differenza di un ETF, che è trasparente e replica semplicemente un mercato, un certificato è un prodotto strutturato. The Bull lo definisce un “casatiello finanziario” composto da tre ingredienti principali:
- Un’obbligazione Zero Coupon: serve a garantire la restituzione del capitale a scadenza (se la barriera tiene).
- La vendita di un’opzione Put: qui l’investitore, spesso inconsapevolmente, agisce come una compagnia assicurativa per la banca. Incassa un premio (le cedole) ma si assume il rischio che, se il mercato crolla oltre una certa “barriera”, dovrà rimborsare la perdita alla banca.
- Opzioni Digitali: acquistate con i soldi della vendita della Put per pagare le cedole periodiche.
Le Trappole del Rendimento e della Protezione
Il successo dei certificati risiede nello sfruttamento di due bias cognitivi: la ricerca di flussi di cassa (Yield) e l’avversione alle perdite. L’investitore è attratto da cedole altissime e dalla promessa di protezione se il titolo non perde più del 40% (la barriera).
Tuttavia, The Bull evidenzia criticità profonde:
- Costi Occulti: Un certificato nasce spesso con un valore di mercato inferiore al prezzo di emissione (es. paghi 100 una cosa che vale 96). Questi costi, chiamati reduction in yield, arrivano mediamente al 4,3-4,5% iniziale.
- Asimmetria del Rischio: Il guadagno è limitato alle cedole (upside cappato), ma la perdita può arrivare al 100% del capitale (downside illimitato). Inoltre, i dividendi dei titoli sottostanti non vanno all’investitore, ma restano nelle tasche dell’emittente.
- Rischio Emittente: Oltre al rischio di mercato, l’investitore si accolla il rischio che la banca fallisca (rischio idiossincratico), senza essere remunerato per questo ulteriore pericolo.
Critica all’analisi di The Bull: Punti di Forza e Riflessioni
L’analisi di The Bull è un eccellente esercizio di “smontaggio” finanziario, ma merita una riflessione critica su alcuni punti specifici.
1. La “Follia” Fiscale delle Minusvalenze
The Bull solleva un dubbio legittimo: vale la pena investire 20.000€ in uno strumento rischioso solo per recuperare 1.000€ di tasse dalle minusvalenze?.
- Critica: Molti consulenti usano questo beneficio come “esca”. La critica del podcast è corretta: l’efficienza fiscale non dovrebbe mai guidare una strategia se il prodotto sottostante è inefficiente. Spesso il costo del certificato mangia il risparmio fiscale ottenuto.
2. Complessità vs. Consapevolezza
L’autore sfida chiunque a dire che questi prodotti siano semplici quanto un’azione.
- Critica: È il punto più solido dell’analisi. Se per prezzare un prodotto serve la formula di Black-Scholes-Merton, è evidente che il risparmiatore retail sta giocando a un gioco di cui non conosce le regole. La critica alla “vendita di volatilità” (essere short Vega) è tecnica ma fondamentale: l’investitore guadagna se non succede nulla, ma viene travolto se il mercato si muove bruscamente.
3. L’alternativa “Cash + Azioni”
Viene citata la logica di Cliff Asness: invece di un prodotto strutturato costoso, meglio investire meno soldi direttamente nell’azionario e tenere il resto in liquidità.
- Critica: Questa è una soluzione razionale ma psicologicamente difficile. Il certificato “vende” una tranquillità emotiva (la barriera) che un portafoglio misto non simula visivamente. Tuttavia, i dati confermano che uno “stupidissimo mix di azioni e cash” ha ottenuto storicamente risultati migliori nel 72% dei casi rispetto ai prodotti strutturati con buffer.
I certificati sono strumenti in cui la banca, agendo come il “banco” al casinò, vince statisticamente più spesso trattenendo costi, dividendi e chiudendo il gioco quando le cose vanno troppo bene (opzione autocollable). Per il risparmiatore, come suggerito ironicamente citando Matt Levine, comprare questi prodotti equivale spesso a firmare un “certificato di investimento stupido”.
Il discorso è valido per la maggioranza dei risparmiatori italiani, ma non significa che i certificati siano da evitare in particolare per un investitore evoluto in grado di capirne il funzionamento. In merito ai costi le commissioni occulte sono presenti in fase di collocamento, questi prodotti vanno sempre acquistati sul mercato secondario.
Evitati i costi occulti credo che oggi i certificati consentano di attuare strategie di portafoglio utili sia come copertura che come ottimizzazione fiscale. Un investitore consapevole grazie ai certificati può acquisire una posizione su un determinato sottostante/i con una copertura in caso di trend avverso. Una soluzione ideale a maggior ragione oggi che gli indici sono tutti ai massimi e potrebbero andar incontro a uno storno. Inoltre i certificati possono esser utili per ottimizzare fiscalmente il portafoglio perché seppur sia vero che non bisogna investire con la priorità alla questione fiscale è anche vero che gli ETF rimangono imperfetti da questo punto di vista e si rischia di lasciar sul piatto il recupero delle minusvalenze.
Ti invito a leggere:
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