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Certificati di Investimento: Analisi Tecnica delle Asimmetrie e delle Inefficienze

Posted on 29/12/202519/12/2025 by Luca

certificati bnp paribasNel panorama attuale del risparmio gestito in Italia, si osserva una spinta commerciale senza precedenti verso i certificati di investimento. I dati del terzo trimestre del 2025 evidenziano il collocamento di 468 certificati per un controvalore di 8 miliardi di euro, segnando un incremento del 47% su base annua. Di questi, il 65% è rappresentato da strumenti a capitale protetto.

Questa analisi intende sviscerare le criticità strutturali, i costi occulti e i rischi asimmetrici che spesso vengono sottovalutati in fase di collocamento bancario.

 

1. Il Rischio Emittente e la Fallacia del “Capitale Protetto”

Sebbene il termine “capitale garantito” sia la leva principale utilizzata per attrarre liquidità dai conti correnti, è necessario precisare la natura giuridica dello strumento. I certificati sono passività emesse da una banca o da una finanziaria, tecnicamente inquadrabili come obbligazioni senior non garantite.

In caso di crisi dell’istituto emittente, questi strumenti sono pienamente soggetti alle regole del bail-in. Pertanto, la protezione del capitale non è assoluta ma subordinata alla solvibilità dell’emittente; se la banca fallisce, l’investitore rischia di perdere il capitale anche in presenza di strutture “garantite”.

 

2. Struttura dei Rendimenti: Asimmetria e Dividendi Trattenuti

I certificati a capitale protetto propongono un mix rassicurante: protezione in caso di ribasso e rendimento se il mercato tiene. Tuttavia, questa struttura nasconde un’asimmetria di rendimento a sfavore dell’investitore:

  • Capping dei Guadagni: Se il sottostante performa molto positivamente, il certificato paga una cedola fissa predefinita, mentre l’emittente incassa tutto l’extra-rendimento generato dal mercato.
  • Gestione dei Dividendi: Spesso non viene esplicitato che i dividendi dei titoli sottostanti (che possono valere il 3-4% annuo, specialmente in Europa) vengono trattenuti dall’emittente e non conteggiati nell’andamento del prezzo del certificato.

 

3. Inefficienze di Costo e il Bias del Collocamento

La spinta delle banche verso questi prodotti è alimentata da obiettivi di budget e commissioni elevate rispetto a strumenti più semplici.

  • Commissioni di Ingresso: Acquistare un certificato in fase di emissione comporta spesso costi iniziali (ad esempio l’1,5% del capitale investito) che pesano immediatamente sul rendimento netto.
  • Liquidità e Spread: Sebbene quotati, questi strumenti soffrono di una liquidità molto bassa sul mercato secondario. Lo spread tra prezzo di acquisto (Ask) e vendita (Bid) può essere estremamente ampio (anche superiore all’1,2%), rappresentando un costo implicito oneroso per chi desidera liquidare la posizione prima della scadenza.

 

4. Complessità Strutturale e Profili di Rischio

I documenti informativi (KID) avvertono esplicitamente che si tratta di prodotti “non semplici e di difficile comprensione”. Nomi tecnici come “Digital Protection Certificate di tipo quanto” nascondono spesso strategie che non corrispondono a una reale analisi dei bisogni del risparmiatore, ma a necessità distributive dell’intermediario.

L’unico vantaggio competitivo reale risiede nell’efficienza fiscale: i certificati permettono di utilizzare cedole e capital gain per la compensazione di minusvalenze pregresse. Tuttavia, tale beneficio deve essere pesato contro i rischi di credito e i costi di transazione; per la maggior parte degli investitori, il recupero fiscale potrebbe non giustificare la complessità e l’opacità dello strumento.

Un portafoglio costruito su criteri di trasparenza ed efficienza dovrebbe privilegiare strumenti lineari come ETF, obbligazioni dirette o singole azioni, che possono essere spiegati con semplicità e offrono liquidità immediata. Investire in un certificato è come partecipare a una scommessa dove, se perdi, sei assicurato dal banco, ma se vinci molto, il banco tiene per sé la maggior parte del premio e si riserva persino il diritto di non pagarti se la casa da gioco fallisce. L’uso dei certificati dovrebbe essere riservato esclusivamente a investitori evoluti capaci di analizzare le clausole tecniche e i rischi emittente, evitando le pressioni commerciali tipiche delle finestre di emissione.  Non sconsiglio in generale questi prodotti, sicuramente ne sconsiglio l’acquisto all’emissione dove si lascia alle banche collocatrici un’alta commissione (pagata nel prezzo e quindi nemmeno evidente).  Per gli investitori più evoluti invece l’acquisto sul mercato può render più efficiente e remunerativo il portafoglio, l’importante è che si capiscano rischi e funzionamento. In proposito suggerisco di seguire i webinar di Francesca Fossatelli, molto brava a spiegare i perché dei suoi acquisti.

Vuoi iniziare a investire in autonomia o capire meglio cosa ti viene proposto dal promotore finanziario o dall’impiegato in banca? Leggi Impara a Investire come i Guru.

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