Previsioni sui mercati azionari globali dagli Usa agli emergenti

Le previsioni di base dei maggiori centri di ricerca, siano essi istituzionali (Imf, Oecd, Ec) o privati (Università, grandi banche, Oxford Economics) sono fondamentalmente concordi nel prevedere un 2013 a crescita ancora debole e caratterizzato da andamenti alquanto diversi nelle varie aree del pianeta, seguito da un 2014 in leggera ripresa un po’ ovunque.

La crescita del Pil mondiale è ora prevista di poco superiore al 3% per il 2013 e tra il 3,8% e il 4% per il 2014, in calo rispetto alle previsioni operate precedentemente dagli stessi istituti. In questo contesto globale, l’incremento dei mercati emergenti è previsto vicino al 4,5% nel 2013 e al 5,5% il prossimo anno (quest’ultimo in calo di circa mezzo punto rispetto a quello precedente).

Entrando nel merito del pensiero prevalente tra gli analisti, si possono estrapolare le seguenti considerazioni:

  1. Le economie avanzate sono ancora alle prese con il processo di deleveraging in atto dal 2008, in particolare per il settore bancario e per quello statale (le famiglie sono ormai non lontane dai loro standard storici di indebitamento e risparmio).
  2. Le principali linee di azione intraprese nei paesi Ocse si identificano in due approcci: austerità ed espansione, con Usa e Giappone più orientati a combattere i deficit pubblici tramite un’accelerazione della crescita ed Europa fedele ai dettami del controllo delle finanze pubbliche con misure restrittive, in alcuni paesi anche in modo draconiano.
  3. In Europa il fardello della finanza pubblica è stato appesantito più che in altre aree dal salvataggio di importanti banche, con un sistema creditizio ancora oggi “stressato” da sofferenze e nuove regole (avvio di Basilea 3). Inoltre, Il Vecchio continente presenta sostanziali differenze tra paesi mediterranei (più Irlanda) e del Nord-Europa, anche in termini di competitività. Il combinato disposto di questi fattori (austerity, settore bancario in difficoltà, spaccatura tra sud e nord) porta gli analisti a prevedere una persistente e maggiore debolezza della crescita in Europa rispetto ad altre aree.
  4. Lo sviluppo negli emergenti rimane decisamente più alto che nei paesi avanzati, ma a livelli meno soddisfacenti di quanto atteso alcuni trimestri fa, soprattutto a causa dell’impatto negativo della frenata nelle economie avanzate sull’export.
  5. I dati provenienti dall’economia reale nei mesi scorsi hanno dato ulteriore prova che la ripresa globale si sta rivelando meno robusta di quanto fosse atteso qualche mese fa. Oxford Economics ritiene tuttavia che vi siano alcuni motivi di ottimismo. Negli Stati Uniti, l’allentamento degli standard di credito delle banche e i forti aumenti dei prezzi degli asset (con Wall Street ai massimi storici e i prezzi dell’immobiliare in ripresa) rappresentano la base per un’espansione nei prossimi trimestri. Anche in Europa ci sono alcuni segnali positivi, in particolare la decisione della Bce all’inizio di maggio di tagliare ulteriormente i tassi, lasciando intendere la possibilità di una politica monetaria ancora più audace. Infine, fa ben sperare il recente allentamento della politica monetaria e fiscale in Asia, tra cui principalmente Giappone, Australia e Corea.

Anche la previsione di base di Oxford Economics prevede un recupero graduale ma costante della crescita nelle varie aree del mondo. Il nostro scenario centrale al 2017 è di una ripresa economica globale relativamente uniforme. Lo sviluppo mondiale dovrebbe attestarsi poco sotto un ritmo di crescita paragonabile a quello medio nei cinque anni precedenti la crisi finanziaria globale.

Il recupero sarà alimentato per lo più dagli Stati Uniti e dai mercati emergenti, mentre ci aspettiamo invece che la zona euro subirà un prolungato periodo di bassa crescita (in questo condividiamo la linea interpretativa prevalente che i freni del settore bancario debole e della necessità di ridurre il debito pubblico dell’area siano strutturali e non superabili in tempi brevi).

L’inflazione nei paesi avanzati dovrebbe rimanere moderata, tra l’1,4% e il 2% all’anno tra il 2013 e il 2017, frenata dall’eccesso di capacità produttiva, che sarà ridotto lentamente, in linea con il recupero della crescita economica. Le autorità dovrebbero quindi avere spazio per ridimensionare i loro quantitative easing e tornare a condizioni di politica monetaria più normali.

Ci aspettiamo quindi che la Federal Reserve sia la prima a iniziare ad aumentare i tassi di interesse, nel corso del 2015. I Fed Funds dovrebbero raggiungere il 2,5% entro la fine del 2017. Ciò consentirebbe al dollaro di rafforzarsi gradualmente in risposta a una più rapida crescita degli Usa. Le principali ipotesi alla base di questa previsione includono un graduale allentamento delle tensioni finanziarie, con spread sul mercato monetario e obbligazionario contenuti e con settori bancari in costante e progressivo miglioramento. Inoltre, le politiche monetarie saranno gestite con attenzione per scongiurare eventuali incipienti pressioni inflazionistiche e per sostenere la crescita.

In altri termini, la strategy exit dai quantitative easing avverrà con successo e senza particolari strappi, inducendo un progressivo aumento dei tassi, sia nominali sia reali (si vedano i due grafici). Coerentemente a un’ipotesi di ritorno della percezione dei rischi a livelli più vicini a quelli storici, la nostra aspettativa è che la performance delle borse ne risenta positivamente e che l’azionario rappresenti la migliore asset class nei prossimi cinque anni in termini di guadagni. Viceversa, i titoli di stato e l’oro vivrebbero un periodo di underperformance, entrambi frenati dall’aumento dei rendimenti reali.

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